Workshop n. 7

Il mondo del lavoro fra discriminazione e diritti.

Obiettivo: Le discriminazioni sul mondo del lavoro hanno sempre accompagnato la storia del nostro Paese.
Discriminazioni di tipo classista hanno caratterizzato l’intero 800 investendo i centri urbani nella vita di fabbrica e la grandi realtà feudali del mezzogiorno.
Una discriminazione basata sulle condizioni materiali delle persone che dal lavoro scendeva a cascata verso la scuola, la cultura e i servizi che rimanevano soltanto miraggi per i lavoratori dell’800
Con l’avvento del fascismo e con le leggi del ’38 la discriminazione assume contorni etnici. Nell’europa nazifascista gli ebrei rappresentano “il diverso”, “l’altro” e in Italia tale tetra ispirazione si spinge alla celeberrima, quanto triste cacciata degli accademici e degli insegnanti ebrei dal nostro sistema formativo.
Il secondo dopoguerra segna un’avanzata lenta e inesorabile dei diritti dei lavoratori che in Italia porta alla conquista dello Statuto dei Lavoratori e sopratutto alla conquista dell’articolo 18 che al di là delle sterili polemiche dei tecnici di governo ha rappresentato un argine contro una miriade di licenziamenti per opinione politiche e impegno sindacale; un fenomeno che in Italia fino alla fine degli anni ’50 assumeva dimensioni sconosciute al resto dell’Europa.
Da allora le normativa sulla discriminazione sul lavoro si sono molto estese mirando anche alla tutela delle donne, dei diversamente abili e in generale delle categorie “a rischio” a tale proposito la legge n.903/77, legge n.125/91 art.4, come modificato dall’art.1, lett.a) e b) d.lgs. n.145/2005 rappresenta, soprattutto sulle discriminazioni di genere, un punto molto avanzato.

La globalizzazione però ha posto il mondo del lavoro di fronte ad una nuova e più terrificante discriminazione verso i lavoratori migranti; una discriminazione razziale che si incrocia con una nuova discriminazione di classe condannando lavoratori africani e non solo a lavorare come nuovi schiavi della terra dalla Puglia alla Calabria passando per la Campania. Migranti discriminati per il colore della pelle che spesso serve a datori disonesti come scusa per elargire salari da fame.

Ovviamente le discriminazioni sul lavoro sono frutto di un complesso sistema di norme che rende ricattabile il migrante davanti a chi gli offre lavoro e l’abolizione della Bossi-Fini assume si rende necessaria anche e sopratutto per le questioni del lavoro nero che come una piaga investe soprattuto chi non ha permesso di soggiorno.

Un quadro quindi complesso e difficile da definire ma che senz’altro deve mutare anche in ragione di elementi reali che spesso di fa finte di non vedere. In particolare i dati Inps ci dicono due cose rilevanti.

I contributi versati dai lavoratori stranieri sono in aumento e risultano indispensabili per la sostenibilità del sistema pensionistico italiano.

I lavoratori stranieri occupano mansioni che gli italiani disdegnano da almeno un decennio e in alcuni casi, come l’assistenza agli anziani, risultano fondamentali per la tenuta sociale di un paese sempre più vecchio.

In definitiva il tema della discriminazione sul lavoro va affrontato da diversi punti di vista tenendo presente le vecchie e le nuove forme di emarginazione sul posto di lavoro magari ripartendo dalla restituzione di dignità al lavoro inteso come unico strumento si sviluppo economico e umano di una società. Iscriviti al workshop scegliendo “workshop n. 7”

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